MORBO DI Kienböck
(Necrosi asettica del Semilunare)


L'osso è un tessuto altamente vascolarizzato e per tale motivo richiede un importante apporto di sangue per il suo nutrimento. Se l'apporto di sangue è ostacolato o si arresta si può determinare la morte dell'osso (Osteonecrosi). La malattia di Kienböck, descritta per la prima volta il secolo scorso, è una  condizione in cui il semilunare, un piccolo osso del polso, va incontro ad osteonecrosi.

A seconda del grado di sofferenza sono descritti diversi stadi di malattia. Nelle fasi iniziali è evidente solo un insulto ischemico che è diagnosticabile esclusivamente con il supporto di una risonanza magnetica. Nelle fasi successive di malattia l'osteonecrosi inizia a determinare delle alterazioni evidenziabili con l'esame radiografico. Tali alterazioni vanno dall'addensamento osseo fino alla completa frammentazione del semilunare negli stadi più avanzati. Queste alterazioni portano a un progressivo collasso del semilnare e secondariamente del polso stesso con evoluzione in severi quadri artrosici e anchilosi del polso.

La malattia di Kienböck viene definita idiopatica in quanto finora non sono state identificate le esatte cause che la determinano. Sono comunque stati identificati dei fattori che possono contribuire a determinarla. Rilevanti sono i fattori legati al sesso (prevalenza nel sesso maschile), predisposizioni anatomiche sia nell'altezza carpale sia nella forma del semilunare, fattori meccanici (microtraumi e utilizzo di strumenti vibranti), paologie associate.

Diversi sono i trattamenti proposti al fine di cercare salvare il semilunare dalla necrosi e di bloccare l'evoluzione della malattia e delle secondarie complicanze a carico del polso.

Solo nelle fasi iniziali è proponibile il trattamento conservativo mentre negli stadi successivi i trattamenti sono quelli chirurgici.

Gli interventi proposti si dividono principalmente in procedure intracarpiche ed extracarpiche.

Le procedure extracarpiche hanno il vantaggio di non violare lo spazio articolare.

La scelta del trattamento è comunque legata a numerosi fattori e in particolare alle varianti anatomiche e al grado di malattia.

Più recentemente, nel 2001, Illarramendi et al. hanno descritto la tecnica di "Decompressione del nucleo metafisario (metaphyseal core decompression) nel radio distale", che consiste in una finestra ossea nel radio distale con compattazione dell'osso spongioso nella metafisi distale. Tale procedura ha lo scopo di determinare uno stimolo biologico all'intero polso e la rivascolarizzazneon del semilunare.


Quali le possibili complicanze durante l’intervento?

Nonostante la massima cura ed attenzione da parte del chirurgo in corso di intervento si possono presentare delle complicazioni. Queste vengono solitamente identificate e gestite immediatamente senza inficiare le possibilità di successo terapeutico. Fra queste sono possibili:

- Lesioni a strutture vascolari;

- Lesioni ai nervi che possono provocare, nonostante la riparazione chirurgica, disturbi permanenti di tipo sensitivo o motorio (ad esempio la paresi di un arto o la perdita chirurgica di sensibilità di un’area cutanea). Lesioni nervose possono talvolta essere dovute a compressione, conseguente allo specifico posizionamento che il paziente deve assumere durante l’intervento. Di regola i disturbi conseguenti ad una compressione nervosa sono transitori.

- Lesioni cutanee.

Il tipo di anestesia e le relative complicanze saranno illustrate dall’anestesista.

 

Quali le possibili complicanze dopo l’intervento?

Alcune complicanze possono verificarsi anche a distanza dall’intervento chirurgico:

Infezione. Nonostante la particolare attenzione può insorgere un processo infettivo che può richiedere un trattamento antibiotico e può persistere per un periodo di tempo prolungato. In rari casi questo può causare osteiti croniche e esitare in rigidità di un’articolazione.

Rischi vascolari: l’intervento potrebbe determinare la formazione e migrazione di coaguli con rischi di occlusione vascolare (trombosi ed embolia polmonare)

Algodistrofia: Si tratta di un edema dolente dei tessuti molli dell’arto interessato che si prolunga nel tempo e puo’ esitare in atrofia dei muscoli e del tessuto osseo con diminuzione della funzione articolare fino alla rigidità.

 Necrosi avascolare di parte di un’articolazione con conseguente dolore e rigidità articolare.  

Sanguinamento post-operatorio con eventuale ematoma passibile di trattamento.

Cicatrici ipertrofiche o cheloidi,conseguenza di predisposizione genetica o di fattori locali (infezioni della ferita)

Mancato risultato auspicato.

Tutte le suddette complicanze possono richiedere un ulteriore intervento chirurgico.

 

Cosa Lei deve fare dopo l’intervento:

·                   Informare immediatamente il medico curante in caso il dolore risultasse intollerabile nonostante la terapia antalgica indicata, in caso dovesse avvertire disturbi di movimento o di sensibilità o in caso notasse un cambiamento di colore della cute, anche se tali disturbi Le possono apparire insignificanti.

·                   Partecipare in misura sostanziale al successo terapeutico rispettando fedelmente le istruzioni per la cura della ferita ed il trattamento riabilitativo post-operatorio che Le verranno impartite prima della dimissione dall’ospedale.